Ci sono ancora!

Sì sì lo so, non è sempre facile avere tempo per tutto e adesso sto trascurando il blog. L’evento in libreria però c’è sempre (domani un nuovo appuntamento) e già che ci sono chiacchiero di due autori/libri, per non perdere l’abitudine.

Il primo è Giorgio Scerbanenco (n.b. suo è “I milanesi ammazzano il sabato” da cui gli Afterhours ne hanno tratto spunto per il titolo di una canzone). Russo di nascita, poi trasferitosi in Italia, con una cultura istituzionale a causa di forza maggiore, molto limitata, ma prolifico. Ha scritto, fra l’altro moltissimi gialli, interessanti per l’ambientazione (anni ’60, spesso a Milano). Leggere della della malavita, mi ha dato il dato tangibile di come anche l’organizzazione criminale si sia evoluta in questi anni. Per un tuffo nel passato, ma non troppo.

E poi come non citare Zweig, autore austriaco, in grado di distinguere e descrivere pulsioni e sentimenti con la precisione di un raggio laser. Ora in libreria si trovano facilmente “Paura” e “Momenti fatali”. Al momento ho letto solo il primo che ha come unica pecca, una traduzione leggermente arcaica (immagino sia una scelta editoriale), ma per il resto la semplicità della trama è inversamente proporzionale alla ricchezza dei contenuti e degli spunti di riflessione 🙂 .

Il finale di “Canone inverso” – P. Mauresing

Nel corso dell’ultimo incontro, a proposito di “Canone inverso”, abbiamo avuto una discussione singolare. Ciascuno di noi ha dato un’interpretazione diversa della conclusione: ma mooolto “diversa”. Adesso la domanda è “lo scrittore ha voluto lasciare aperto o ci siamo bevute il cervello?”. Com’è possibile che con le stesse informazioni in un libro che di fantasy ha veramente poco (non niente, però) abbiano delle chiavi di lettura così strane, a volte diametralmente opposte.

L’autore è italiano, vivente, non è che ci può aiutare?

Kader Abdolah e l’olandese

Provate ad ascoltare questa intervista dal minuto 4′, c’è la spiegazione della scelta dell’olandese come lingua per i suoi libri. Il parallelo con Dante mi fa sorridere, ma trovo abbia fatto una scelta sensata.

http://www.youtube.com/watch?v=cZcOkMbSA3I   a 7′ e 45” , si lascia scappare il suo “sentire” nei confronti di un idioma lontano anni luce dal suo.

La casa della moschea

Non parlo del libro, non voglio anticipare ciò che penso prima dell’incontro di martedì.

Mi ha fatto invece una grande tenerezza l’intervista all’autore, Kader Abdolah, che la Festival della Letteratura di Mantova dice che l’olandese (la lingua che utilizza per i suoi libri) è una lingua bbbbeeeelllaa, detto con voce insicura, scoppia anche a ridere. Sostiene che si tratti di un idioma “wet, cloudy” e anche senza sole senza montagne. Il persiano ce le ha e lui le ha trasferite nel nord Europa. Ci ha provato, almeno. Mi è sembrato di capire che si senta in debito verso un paese che l’ha accolto in un momento di grande difficoltà e come spesso accade, anche questa scelta assume tutta un’altra sfumatura.

L’inverno è finito (forse)

Dopo una partenza di slancio credendo di trovarmi davanti se non a un capolavoro come minimo a un libro che mi avrebbe toccato le corde dell’anima, ho finito “L’ultimo inverno” con fatica. E’ un discorso di sensibilità e di interpretazione.

Sicuramente la scrittura e i paesaggi americani mi lasciano indifferente, ma l’interpretazione dei diversi momenti e personaggi presenti in questo romanzo, come una specie di flusso di coscienza o una memoria del passato che emerge per immagini e sensazioni – anche con imprecisioni – negli ultimi giorni di vita, ha cambiato completamente la mia chiave di lettura riabilitando questo volume (un pochino però, non del tutto!).

La magia del confronto, tante teste, tante opinioni, tante scoperte!

Quando i sogni diventano realtà: Harding & il Premio Pulitzer

Che bello leggere le favole. Ma quando le favole diventano realtà, allora c’è un motivo in più per non smettere di sognare, in nessun campo.

Paul Harding sembrava destinato a rimanere uno dei tanti scrittori non pubblicati. Diverse case editrici rifiutarono il suo romanzo “Tinkers” (L’ultimo inverno) fino a che la responsabile di una minuscola casa editrice di un ospedale di NY, decide di pubblicare il libro e – già che c’è – di iscriverlo al Pulitzer. Sembra che non abbia pagato neppure l’iscrizione, proprio perché si tratta di un ospedale e non di una casa editrice “tradizionale”.

Di solito sono le grandi case editrici che si aggiudicano questo premio, invece questa volta….

http://www.youtube.com/watch?v=Yam5uK6e-bQ

“Una stanza tutta per gli altri” di A. Giménez-Bartlett

Perfetto, equilibrato e quasi didascalico questo romanzo. L’autrice non ci lascia dubbi e nella prefazione spiega artificio e basi storiche. Risultato: un romanzo godibilissimo, molto interessante anche per la rappresentazione  di un’epoca non così lontana in termini di tempo, ma lontana anni luce se considerassimo tutto quello che è accaduto nel frattempo.

Virgiania Woolf non ne esce benissimo: scostante, isterica, poco coerente. Ma forse non è il suo carattere che l’ha resa famosa anche se, a questo punto, la mia personale attitudine a conoscerla di più per mezzo delle sue opere, è praticamente scomparsa. Mi si perdoni ma “The hours”, questo libro e aggiungiamoci anche un elegante spettacolo teatrale “Vita Virginia”, sembra che mi dicano ogni volta “non vi capirete mai….”. Un po’ come Nelly in Una stanza tutta per gli altri…

Virginia Woolf: riuscirò mai ad affrontarla?

Ci ho provato, ho iniziato Gita al faro, ma queste scritture fluide, che seguono il flusso dei pensieri, non mi irretiscono.

Però Virginia Woolf mi incuriosisce ed è forse per questo che ho visto con piacere a teatro “Vita Virginia”, ispirato alla storia della sua relazione con Vita Sackville West e al cinema “The hours”.

Ancora oggi il libro della Giménez Bartlett (Una stanza tutta per gli altri)  è per me un modo indiretto per ritornare su di lei, attraverso una scrittura che so essere fluida e con uno stimolo ad approfondire la vita e le opere della Woolf per comprendere in pieno il lavoro dell’autrice spagnola. Un cammino tortuoso, forse è la strada giusta per me!

Ho terminato “Un’ombra ben presto sarai” e sto vivendo sensazioni molto diverse fra loro. Mi è piaciuto molto la pampa, così com’è stata presentata e vissuta: asciutta, piatta ma senza incutere timore. Invece i personaggi….incredibili, strampalati, sconnessi dalla realtà. A volte ho avuto difficoltà a seguire il senso del libro, forse non ce n’era bisogno, bastava cogliere le situazioni nel loro insieme.

Rimango complessivamente perplessa, leggendo qualche critica vengono citati dei parallelismi con Sepulveda, ma a mio modesto parere hanno senso solo dal punto di vista della vita e dei trascorsi politici dei due scrittori non per la scrittura.

Dell’intervista riportata nella mia edizione Einaudi riporto questa frase da “gattofili”:  Ma in realtà sono solo un soriano, un gatto solitario che scrive racconti malinconici.

Scrittore per caso

Osvaldo Soriano, centravanti promettente, si infortuna nel corso di una partita di calcio.

Dal campo da calcio alla redazione sportiva, il passo è breve e da qui, con qualche sforzo in più approda alla cronaca. Forse è l’umiltà dello sportivo, la tradizione narrativa sudamericana, ma in lui il tono non è mai arrogante, non esiste al differenza di classe, c’è solo un’unica struggente malinconia che accompagna i suoi personaggi.

Mi sono mancati la magia di Amado, i suoi colori caldi e le sue atmosfere profumate, ma qui ho trovato la rassegnazione del perdente, e ho provato tenerezza.